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KV20
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mwdgKV20 (mwdwKings’ mweaValley mweq20)cite-ref-1[N 1] è la sigla che identifica una delle tombe della mwfgValle dei Re in mwfwEgitto; era la tomba della regina regnante mwgaHatshepsutcite-ref-2[1]cite-ref-3[2] e, molto probabilmente, del di lei padre, il faraone mwiqThutmose I (mwigXVIII dinastia).
Contents
• Storia
• Note
• Fonti
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Storia
Nota fin dall’antichità, venne rilevata e mappata dalla spedizione napoleonica del mwjg1799 e, successivamente, da mwjwGiovanni Battista Belzoni nel mwka1817. mwkqJames Burton tentò di liberarla dei detriti, ma le obiettive difficoltà, la scarsa qualità delle pareti, ed il rischiocite-ref-4[N 2], lo fecero desistere. Provvide tuttavia a rilevare e mappare la sola parte svuotata. Nel mwlg1844-mwlw1845 KV20 fu sottoposta a nuovi rilievi e mappatura a cura di mwmaKarl Richard Lepsius e venne completamente scavata solo nel mwmq1903-mwmg1904 da mwmwHoward Carter per conto di mwnaTheodore Daviscite-ref-5[3].
Carter dedusse, dopo i suoi lavori, che la tomba era stata per un certo tempo condivisa tra Hatshepsut ed il proprio padre, Thutmose I, prima che quest’ultimo venisse trasferito, da mwogThutmose III, nella mwowKV38cite-ref-reeves-e-wilkinson-2000-p-91-6-0[4]. Altri studi più recenti, tuttavia, tra gli altri mwqaJohn Romer nel mwqq1974, dimostrerebbero che la KV38, da sempre considerata la prima tomba scavata nella Valle, sarebbe in effetti successiva alla KV20 e scavata durante il regno di Thutmose III e che la KV20, invece, sarebbe da considerarsi la più antica tomba della Valle dei Recite-ref-reeves-e-wilkinson-2000-p-91-6-1[4], scavata dall'architetto Ineni espressamente per Thutmose I. All'atto della morte del re, tuttavia, la sepoltura non era ancora completata e venne ampliata solo sotto Hatshepsut quando questa assunse direttamente la reggenza in luogo di Thutmose IIIcite-ref-theban-mapping-project-7-0[5].
La tomba prevista per la regina Hatshepsut in quanto mwswGrande sposa reale di mwtaThutmose II (e perciò prima della sua diretta ascensione al trono in qualità di faraone) venne individuata da Howard Carter nel 1916, nel Wadi Sikket Taqa el-Zaide (ad ovest della Valle dei Re) e contrassegnata dalla sigla mwtqWA D.
Architettura e decorazioni
Fatte salve la mwuaKV5 con i suoi oltre 440 m. e la mwuqKV17, circa 300 m considerando anche il tunnel posteriore, si tratta della tomba più lunga della Valle con i suoi oltre 200 m di sviluppo. Anche per la profondità raggiunta, circa 97 m, è seconda solo all’apparentemente inutile tunnel della KV17, che raggiunge i 130.
La planimetria, detta a “cavatappi”, è unica e non è assimilabile ad alcun’altra presente nella Valle dei Re. Si snoda, infatti con un andamento curvilineo, in senso orario, che si spinge nella direzione in cui, aldilà della mwwgfalesia, si apre la valle di mwwwDeir el-Bahari con ciò facendo ipotizzare che intendimento fosse il collegare la tomba al mwxaTempio di Milioni di Anni di Hatshepsut (il mwxqDjeser-Djeseru) costruito dall'architetto mwxgSenenmut, con una sorta di tunnel che passasse sotto la montagna tebanacite-ref-theban-mapping-project-7-1[5]cite-ref-8[6].
Ad un ingresso abbastanza largo, seguono due corridoi curvilinei fiancheggiati da scale che seguono l’andamento curvo fino ad uno slargo, tanto da far supporre che secondo il progetto originale questo dovesse essere ampliato nella camera funeraria; da qui si diparte un altro corridoio, pure affiancato da una scala, a cui ne seguono altri due che terminano in una sorta di anticamera di forma irregolare. Un altro breve corridoio dà accesso alla camera funeraria di forma rettangolare irregolare con tre pilastri centrali che sorreggono il soffitto; tre camere, con andamento quasi radiale e soffitto molto basso, si aprono da questa. Tutti i locali, corridoi e camere, hanno pareti grezze, non rifinite e appena sbozzate.
Nella camera funeraria si trovano due sarcofagi in granito: uno destinato originariamente al re/regina, ma poi adattato per ricevere il corpo di Thutmose I e rimasto vuoto all'atto della rimozione e della traslazione del corpo del re alla mwaqKV38, e l'altro predisposto per Hatshepsut.
La pareti di mwawroccia scistosa, particolarmente scabrose e non adatte a ricevere decorazioni, erano state ricoperte con quindici lastre di pietra destinate, evidentemente, a pareggiare le pareti stesse; su queste, con figure stilizzate, sono riportate scene tratte dall'mwbaAmduat.
Ritrovamenti
Un rinvenimento connesso alla KV20 precedentemente all’intervento di Carter del 1903-1904, è un mwbwushabty, peraltro non completo, acquistato dal collezionista mwcaBarone olandese Willem van Westreenencite-ref-9[N 3] ed oggi a mwdqL'Aia. L’importanza del reperto è data da fatto che è l’unico ushabty di Hatshepsut di cui si abbia notiziacite-ref-10[7].
Carter scoprì, nei pressi dell’ingresso di KV20, un deposito di fondazionecite-ref-11[N 4], nonché frammenti di vasellame ed equipaggiamenti funerari iscritti con i nomi di Thutmose I, della regina mwfwAhmose Nefertari, della stessa Hatshepsut, nonché pezzi combusti di legno provenienti, molto probabilmente, da mwgastatue guardiano a grandezza naturale.
Particolare interesse trovano, presso il mwggMuseo archeologico nazionale di Firenze 66 piccoli oggetticite-ref-12[8] provenienti dalla spedizione franco-toscana di mwhwIppolito Rosellinicite-ref-13[N 5] e che, nel 1972, sono stati identificati dall'archeologa mwjaEdda Bresciani come facenti a loro volta parte di un deposito di fondazione di Hatshepsutcite-ref-14[9]. Si tratta di miniature di vasi, asce, coltelli, zappe, stuoie e di ben 29 modelli di elevatori oscillanticite-ref-15[N 6].
Il corpo di Hatshepsut, nonostante la mwqwmwradamnatio memoriae cui la sottopose Thutmose III, restò, molto verosimilmente, nella KV20 fino alle traslazioni, per sottrarre le mummie reali al saccheggio, della fine del mwrqNuovo Regno. Non se ne ha comunque traccia anche se una mummia rinvenuta nella mwrgKV60 è stata identificata nel mwrw2006, per varie prove nel senso, per quella di Hatshepsut.
Note
Annotazioni
cite-note-1N 1. ↑ Le tombe vennero classificate nel 1827, dalla numero 1 alla 22, da mwtwJohn Gardner Wilkinson in ordine geografico. Dalla n. 23 la numerazione segue l’ordine di scoperta.
cite-note-4N 2. ↑ In un suo resoconto, citato da mwuwmwvaReeves e Wilkinson (2000),mwvq p. 91, Burton precisò che la scarsità d'ossigeno ben presto mwvgspegneva le candele.
cite-note-9N 3. ↑ Willem van Westreenen van Tiellandt (1783–1848), fondatore del Museum Meermanno, il Museo del libro, a L’Aia.
cite-note-11N 4. ↑ I depositi di fondazione sono attestati fin dall’mwxqAntico Regno ed erano collocati con intento consacratorio della struttura (tempio, edificio sacro, tomba) cui erano destinati. Di solito contenevano oggetti miniaturizzati usati per le costruzioni (mattoni zappe, picconi, pale) o di carattere cultuale (amuleti, incenso, kohl), o offerte di piccoli animali o prodotti solidi e liquidi.
cite-note-13N 5. ↑ Scrive il Rosellini nel suo diario che sono stati trovati anche mwyqvasi di terra cotta ed altre coserelle meno importanti, ma non è stato possibile reperire tale materiale tra quello presente presso il Museo.
cite-note-15N 6. ↑ Si tratta di strutture costituite da due mezzelune in legno affiancate, unite tra loro, nei modelli, da bastoncini. Nessuno di tali attrezzi è mai stato rinvenuto in grandezza naturale, è tuttavia riconosciuto che si tratti di strumenti edilizi atti a sollevare pesi mediante oscillazione e interposizione, alla base ed alternatamente, di spessori che facevano conseguentemente salire il materiale (mwzqmwzgMaria Cristina Guidotti,mwzw pp. 44-45.
cite-note-17N 7. ↑ Il corpo rinvenuto in DB320 è contenuto in un sarcofago intestato a Thutmose I, ma è controverso se non possa trattarsi, invece, del corpo di mw0wPinedjem I, faraone della mw1aXXI dinastia.
Fonti
cite-note-21. ↑ Hatshepsut assunse la titolatura regale completa comprendente cinque nomi, ma fece riferimento a se stessa sempre con terminologia maschile proclamandosi mw2wre e non mw3aregina.
cite-note-32. ↑ mw4amw4qJoice Tyldesley.
cite-note-53. ↑ mw5qTheban Mapping Project.
cite-note-reeves-e-wilkinson-2000-p-91-64. ↑ mw6wmw7aReeves e Wilkinson (2000),mw7q p. 91.
cite-note-theban-mapping-project-75. ↑ Theban Mapping Project.
cite-note-86. ↑ mw9gmw9wReeves e Wilkinson (2000),mw-a p. 92.
cite-note-107. ↑ mw-amw-qReeves e Wilkinson (2000),mw-g p. 93.
cite-note-128. ↑ Catalogati dal n. 2274 a 2337 e dal 5316 al 5318
cite-note-149. ↑ mwaqumwaqyMaria Cristina Guidotti,mwaqc pp. 41-58.
cite-note-1610. ↑ mwaqsmwaqwReeves e Wilkinson (2000),mwaq0 p. 94.
cite-note-1811. ↑ mwaremwariReeves e Wilkinson (2000),mwarm p. 96.
Bibliografia
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• mwarkChristiane D. Noblecourt, La regina misteriosa: storia di Hatshepsut, Milano, Sperling & Kupfer, 2003, ISBN 88-200-3569-3.
• citerefjoice-tyldesleyJoice Tyldesley, Hatshepsut, l'unica donna che fu faraone, Segrate, Piemme, 2000, ISBN 88-384-4890-6.
• mwarwChristiane Leblanc e Alberto Siliotti, Nefertari e la Valle delle Regine, Firenze, Giunti, 1993, ISBN 88-09-20275-9.
• citerefreeves-e-wilkinson-2000(EN) Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
• citerefjacq-1998Christian Jacq, La Valle dei Re, traduzione di Elena Dal Pra, O. Saggi, n. 553, Milano, Mondadori, 1998, ISBN 88-04-44270-0.
• mwasaAlessandro Bongioanni, Luxor e la Valle dei Re, Vercelli, White Star, 2004, ISBN 88-540-0109-0.
• citerefmaria-cristina-guidottiMaria Cristina Guidotti, Gli oggetti del deposito di fondazione di Hatshepsut nel Museo Egizio di Firenze, in Egitto e Vicino Oriente, vol. 5, 1982.
• mwasmAlberto Siliotti, La Valle dei Re, Vercelli, White Star, 2004, ISBN 88-540-0121-X.
• mwasuAlberto Siliotti, Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane, Vercelli, White Star, 2010, ISBN 978-88-540-1420-6.
• mwascErik Hornung, La Valle dei Re, traduzione di Umberto Gandini, ET Saggi, n. 1260, Torino, Einaudi, 2004, ISBN 88-06-17076-7.
• mwaskAlessandro Roccati, L'area tebana, in Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005, ISBN 88-7999-611-8.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
• mwatq(EN) Theban Mapping Project, su thebanmappingproject.com. URL consultato il 23 febbraio 2006 (archiviato dall'url originale il 5 dicembre 2006).